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Analisi di Zory Petzova

Il governo Draghi si era costituito per introdurre le modalità di gestione del nuovo regime emergenzialista: dall’emergenza sanitaria è passato a quella bellica, in concomitanza con quella climatica, tutte unite dall’inderogabile digitalizzazione di massa. La sua priorità era però l’emergenza bellica: Draghi era colui che avrebbe dovuto dichiarare e formalizzare la partecipazione di Italia nella guerra aperta, e non più indiretta, della NATO contro la Russia in autunno. Solo che c’era un problema: al netto della personale indisposizione di Draghi, che a lungo andare si sentiva sempre più in trappola, un governo tecnico – proprio in quanto tecnico – non avrebbe avuto la necessaria legittimazione dal basso per fare un passo tanto repentino e determinante, come quello di portare il paese nel mezzo di un pericolosissimo conflitto geopolitico. Tale legittimazione può essere conferita solo dalle elezioni, che offrano la facciata di quello che noi chiamiamo “democrazia”.

A titolo di paradosso, bisogna fare una breve osservazione: è curioso come il gerarca tecnocratico per antonomasia, che è stato sempre distaccato e totalmente indifferente dell’opinione pubblica, ha voluto recuperare questa incuria, giocandosi la carta del consenso pubblico all’ultimo minuto, ossia alla consegna delle dimissioni, raccogliendo un largo consenso trasversale che lo invitava a rimanere. Pur trattandosi, ovviamente, di una mera operazione mediatica, questo è ugualmente indicativo di come anche i poteri forti ci tengono non poco all’idea di consenso pubblico per portare avanti la loro agenda; non importa se si tratta di un’agenda totalitaria, anzi, ancora meglio.

Questo spiega il termine piuttosto ravvicinato delle elezioni: non tanto per non dare alle nuove forze politiche il tempo necessario per espletare le formalità burocratiche e organizzarsi, quanto per anticipare gli eventi caldi di questo autunno con un governo votato dagli elettori. La campagna elettorale, che viene simulata con espedienti piuttosto rocamboleschi, non è certo animata dalla competizione fra diverse prospettive e idee politiche, perché il macro programma rimane esattamente quello stabilito dall’agenda Draghi, compreso il vincolo militare e geopolitico. L’unica differenza sarà la nuova composizione del governo, su cui i media hanno già un’idea piuttosto chiara, a dispetto di ogni margine d’imprevedibilità.

Il nuovo governo di destra, il cui vanto maggiore sembrerebbe quello di designare la prima donna premier nella storia italiana, non farà alcun passo indietro e, come già dichiarato ad alta voce dai suoi esponenti, porterà il paese in modo ancora più esaltato e deciso nel braccio del Patto atlantista, dalla parte delle istanze della ‘democratica’ Ukraina. Ma rispetto al governo Draghi avrà il consenso elettorale, la legittimazione dal basso. E’ poco probabile che la Meloni faccia come Trump, che simulava prepotenza bellica per dissipare i dem e confondere i media, per poi fare in realtà l’esatto opposto – disinnescare per via diplomatica le tensioni geopolitiche create dai governi precedenti. Dalla destra italica di sistema ci si potrebbe aspettare la solita demagogia nel promettere cose buone per lavoratori e la PMI, la maestria nel creare consenso, per poi spenderlo non per gli interessi nazionali; forse con qualche eccezione per la micro-economia, il che rende la destra comunque meno peggio del male radicale investito dal PD e associati.

A tutti gli effetti avremmo una campagna elettorale selettivamente mediatica (come lo è stata la gestione della pandemia), che non farà nemmeno menzione delle nuove forze politiche in gara. I media di regime non solo scelgono i temi e gli argomenti del così detto dibattito pubblico, ma sono loro ad assegnare i ruoli governativi. Il loro compito è cambiare i governi per non cambiare la macro-agenda politica del sistema, che ammette solo ‘cambiamenti’ che gli garantiscono di preservare le stesse priorità di lobbying e la stessa gerarchizzazione. In effetti, la contesa dei voti fra la destra e la sinistra è irrilevante, visto che poi, nelle decisioni importanti, qualsiasi governo dovrà piegarsi a una realtà maggiore. Dobbiamo ancora subirci gli equivoci mentali di Letta che chiama la destra di Meloni e Salvini “fascista”, però sia lui che la Meloni sono membri dell’Aspen Institute, mentre il PD e la Lega spingono entrambi per l’autonomia differenziata delle Regioni ricche del Nord.

Per quanto riguarda noi elettori, siamo ancora nel ruolo di commentare quanto sia fallace la democrazia dei partiti e ingannevole la dicotomia destra/sinistra, ma stentiamo a immaginare una via d’uscita dal recinto e dal riciclaggio sterile di questo sistema – un’uscita possibile soltanto con l’introduzione di forme di democrazia diretta e di controllo dal basso, per le quali, ahimè, la stragrande maggioranza non si sentirà mai pronta, anche perchè non ne è stata mai educata. Preferiamo ancora votare per persone sconosciute e leader di partito esaltati o insignificanti, di cui tradimenti poi rimaniamo regolarmente delusi, invece di votare direttamente per idee, proposte e decisioni che ci riguardano direttamente. Cosa può fare un elettore deluso o scettico? Può votare un partito che in questo momento appare come anti-sistema o non votare affatto, dando sfogo alla propria delusione nello spazio virtuale e rispondendo con sarcasmo che forze politiche anti-establishment ci sono già state e i risultati si sono visti.

Se è vero che il mainstream coltivi il recinto virtuale della narrazione politica e sociale, creando un gap incolmabile fra realtà e rappresentazione, bisogna riconoscere che anche l’informazione alternativa è similmente selettiva, tendente a sollevare argomenti e temi già accreditati dai media ufficiali, e una delle prove ne è il totale silenzio su possibili nuove forme di partecipazione politica. Le emergenti forze politiche, che si affacciano alla selezione parlamentare, sono motivate dall’urgenza di contrastare le pericolose derive dei partiti di sistema, e questo è condivisibile, ma non offrono alcuna garanzia che un giorno anch’esse non aderiranno alle stesse logiche di trasformismo. Ci sarà mai una forza politica che presenterà l’idea di un sistema istituzionale innovativo, per persone che vogliano essere protagonisti, e non solo elettori di qualcuno?

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Odio gli indifferenti

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917, Antonio Gramsci

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“Volontà popolare”?

Nello stomachevole teatrino al quale stiamo assistendo (alleanze, veti, contro-veti, auto-candidature, speranze per poltrone che arrivano e depressione per poltrone che irrimediabilmente se ne vanno) più o meno tutti gli attori della politica si riempiono la bocca con queste parole: “volontà popolare”. Dicono di voler ascoltare i cittadini, di sostenere le loro istanze. Letta, eccitato come non lo si vedeva da tempo per il prossimo abbraccio con un pezzo del berlusconismo, sostiene che le strategie del PD siano condivise dagli elettori. Ma quando mai?

Quando Draghi se ne è andato (perché se ne è andato lui) questi sepolcri imbiancati si sono strappati le vesti sostenendo che fosse stata violentata la volontà popolare. Evidentemente per loro contano solo i desiderata di Confindustria o quelli del Gruppo GEDI (a proposito, ieri Molinari, “il social media manager di Biden” che all’occorrenza fa anche il direttore di La Repubblica mi ha definito “uomo di destra”. Per lui sostenere la causa palestinese è di destra, mentre stare dalla parte dell’esercito di occupazione israeliano è di sinistra, o liberal, o cool). Al contrario, milioni di italiani che non votano più (i non votanti saranno milioni anche tra due mesi) non sono un problema. Anzi, per i politici professionisti sono un’opportunità.

I primi a violentare la volontà popolare sono coloro che la tirano in ballo solo quando gli conviene. Prendiamo le questioni armi in Ucraina e corsa al riarmo. La maggior parte degli italiani è contraria. Lo era 5 mesi fa e lo è ancor più adesso. Inviare armi in Ucraina non serve a porre fine alla guerra, serve ad iniziare una nuova corsa al riarmo. Le armi che inviamo verranno ricomprate con denaro pubblico. E’ la richiesta della NATO in fondo. Aumentare la percentuale del PIL in armamenti. Il tutto in uno dei momenti più drammatici dal punto di vista sociale dal dopoguerra.

Sapete quali sono le prime 6 aziende produttrici di armamenti al mondo? Lockheed Martin, Raytheon Technologies, Boeing United States, Northrop Grumman, General Dynamics e BAE Systems. Le prime 5 sono USA, la sesta è britannica. Stranamente Stati Uniti e GB sono i due paesi che più spingono sull’invio di armi in Ucraina e sulla corsa al riarmo.

Su questo tema la volontà popolare viene ascoltata? Quanti partiti o movimenti hanno nel loro programma come primo punto lo stop all’invio di armi e lo stop all’incremento delle spese militari? In tutto ciò fior di procuratori antimafia e reporter liberi sostengono che molte delle armi arrivate in Ucraina nei prossimi mesi finiranno nel mercato nero. Verranno dunque acquistate da gruppi criminali e gruppi terroristici.

“Sarà un autunno difficile” ha commentato ieri Draghi. Per tutti, tranne per i produttori di armi.

(Alessandro Di Battista)

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Europa al gelo

Europa al gelo. Ricapitolando: pur un po’ riluttanti (tranne il nostro Draghi che non ha mai battuto ciglio), i governanti europei assecondano Biden e accettano di non comprare più gas dalla Russia. Con una faccia tosta, difficile anche solo da concepire, dicono a Putin: – Sei un uomo cattivo, un dittatore! Noi non ti compriamo più il gas ! – Poi, con un tono leggermente più sommesso: – Però, non possiamo rinunciare subito, ce lo devi dare ancora per due anni almeno. (Mi sarebbe piaciuto in quel frangente vedere l’espressione di Putin. ) Passa qualche settimana, forse per capire se era uno scherzo, una burla, e la Russia inizia a chiudere i rubinetti. La conseguenza disastrosa per quanto scontata è che l’Europa ha diversificato le forniture gas poco o niente di quanto abbia dato da intendere. Un po’ lo offre Biden, un po’ qualche paese africano, ma, insomma, poca roba. E poi, questi nuovi fornitori saranno affidabili? Tuttavia, la cosa non finisce qui. Chiudendo i rubinetti, Putin crea una scarsità di gas e sappiamo che, in base alla legge della domanda e dell’offerta, quando un bene scarseggia, il suo prezzo sale alle stelle. Quindi Putin vende sì un po’ meno gas di prima, girandolo a Cina ed India, ma ad un prezzo maggiore, riempendo così le casse della Banca russa con un rublo che va a gonfie vele. Nel frattempo l’Europa manda di Maio ed i suoi omologhi comunitari a cercare il gas in giro per il mondo come rabdomanti. Il problema però è che ora, anche trovandolo, il suo prezzo sarà molto più alto. Che si fa ? Ci si prepara con tante coperte di lana per un inverno europeo al gelo e le imprese chiuse per le bollette quintuplicate. Ironia della sorte, la Russia ha sempre vinto le guerre grazie al freddo.

(Marco Pelizza)

In effetti, questa guerra è un tripudio di esempi di eterogenesi dei fini, e non solo in campo energetico, fino al punto di suscitare il forte sospetto di un perverso accordo non più fra Biden e Putin, come era logico immaginare all’inizio del conflitto, bensì fra Putin e un non chiaramente definibile cerchio dell’élite anglo-sassone, su cui ha fatto pensare la posizione di Kissinger e di cui farebbe parte anche Trump, che non ha mai smesso di operate come opposizione. E’ una ipotesi stravagante ma pienamente coerente con le evidenze.

E’ vero che la Russia avrà il meglio dalle sanzioni del gas, ma la verità è che negli Stati Uniti, che pure sono uno dei maggiori produttori di petrolio, il prezzo della benzina ha iniziato a crescere ancora un anno fa e in un po’ meno di un anno è matematicamente raddoppiato. È un dato riportato dall’agenzia ANSA (link), che dà conto dei malumori del popolo americano, sottolineando che esso non crede più a Biden, perché anche se quest’ultimo ripete da settimane che il caro energia è colpa di Putin, la rabbia degli americani non si placca. Ma allora chi o cosa ha scatenato l’aumento originario del prezzo del carburante?

Nella UE la crisi energetica era conclamata già lo scorso anno, motivo per cui ad ottobre 2021 ci è stato un Consiglio dei Ministri dell‘Energia europei, con Polonia e Spagna a chiedere interventi sovranazionali immediati, a cui si sono opposti i paesi del nord Europa, secondo i quali l’aumento dei prezzi era temporaneo e affrontabile con politiche nazionali, ossia ognuno doveva fare per se. Nel mese di dicembre, quindi sempre un paio di mesi prima dell’invasione russa, era chiaro che si sarebbe andati incontro ad un anno drammatico in materia di energia. Nello stesso periodo in Italia è stato convocato ben tre volte il Consiglio dei Ministri durante le festività natalizie, ma non per parlare di energia, bensì per prendere provvedimenti vessatori nei confronti dei non vaccinati. Per il governo Draghi la priorità era, e rimane, quella della repressione e il controllo della popolazione. Ma se l’energia non era la priorità, si presuppone che di conseguenza non lo sarebbe nemmeno la sopravvivenza fisica degli italiani. Allora perché dare la colpa alla guerra di Putin? Semmai Draghi dovrebbe ringraziargli perché gli rende il compito ancora più facile.

Ritornando a Putin, sembra che qualsiasi iniziativa contro di lui da parte della Casa Bianca e Downing street abbia prodotto i risultati opposti. Partendo con la guerra in Cecenia, dove i separatisti/jihadisti erano finanziata dagli anglo-sassoni, possiamo vedere come oggi la realtà è diametralmente opposta ai piani degli strateghi: oggi i ceceni sono gli alleati più fedeli e devoti a Putin, pronti a mobilitarsi per la Russia in qualsiasi momento e circostanza.

Nel 2008, spinta da Washington e Londra, Giorgia dichiarava la sua prontezza ad aderire alla Nato, il che aveva provocato la reazione armata delle regioni separatiste di Abcasia e Ossezia del Sud, le quali, con l’aiuto dell’esercito russo, ottennero la loro indipendenza. Nel 2011 viene organizzata la Primavera siriana per mettere in difficoltà anche la Russia, con il risultato che oggi l’alleanza fra la Siria e la Russia è sempre più consolidata e la posizione interna di al-Assad irremovibile. Nel 2014 viene organizzato il Maidan a Kiev, ma come risultato la Russia riprende la Crimea. Oggi prende il Donbass e domani anche altre provincie dell’Ukraina dell’est.

È curioso l’andamento delle sanzioni che l’Occidente ha imposto alla Russia a partire dal 2006, l’anno della vittoria in Cecenia, a cui segue l’avvelenamento di Alexander Litvinenko. Non dobbiamo essere sorpresi che questo sia avvenuto a Londra e che dell’avvelenamento sia stato accusato Putin, e nemmeno che sia stata la moglie di Litvinenko a chiedere le prime sanzioni contro la Russia. È l’esempio perfetto di come i servizi inglesi siano bravissimi a giocarsi un ex Kgb che non rappresentava alcun pericolo per Putin, ma aveva la sfortuna di essere utile al suo discredito mediatico.

È possibile che siano state ancora quelle prime sanzioni a spingere Putin a ripensare il modello economico russo, basato sull’economia delle risorse. Ma le nuove acquisizioni non dovevano richiamarsi al modello sovietico, ne a quello oligarchico post-sovietico. Si tratta di un modello analitico tecnocratico, perché negli anni 80 i servizi russi si occupavano oltre tutto di strategia economica, in vista della Perestrojka. E benché questo modello potesse aver successo, c’era bisogno di un’occasione per introdurre e legittimare la politica del protezionismo. Questa occasione è stata offerta dalle sanzioni.

Quando la Russia è diventata un grande produttore di beni alimentari, Washington e Londra hanno fatto in modo che l’Europa imponesse alla Russia delle sanzioni per qualsiasi futile motivo. Di conseguenza, oggi i produttori alimentari europei, che contavano sul mercato russo, sono stati estromessi dai produttori locali e la Russia è passata dall’essere importatore di prodotti alimentari ad essere uno dei primi esportatori al mondo.

Tornando al settore energetico: cosa sarebbe successo se Nord Stream 2 fosse stato messo in funzione? La Russia avrebbe firmato nuovi contratti a lungo termine, ma a prezzi convenienti per l’economia europea. Mentre oggi, nonostante Putin sia rimasto offeso dal tradimento di Scholz, grazie alle sanzioni la Russia vende meno gas e petrolio in Europa, ma guadagna molto di più a causa dei prezzi elevati. Grazie alle sanzioni da parte di una lunga lista di società e corporazioni, che avevano le loro filiali sul territorio russo, lo Stato russo ha potuto rivendicare le loro proprietà e attivi, acquistandoli a prezzi stracciati, o nazionalizzandoli. Anche le sanzioni contro gli oligarchi russi residenti all’estero hanno prodotto effetti positivi, perché finalmente questi si sono resi conto che non c’è posto più sicuro per le loro ricchezze dalla Russia.

E anche le sanzioni contro gli artisti e gli atleti russi produrranno gli effetti opposti, in quanto tutto ciò che è gravato da una censura diventa più attraente e ricercato, e questo senza alcuna spesa per la pubblicità da parte dello Stato russo. A livello geopolitico, tutta la strategia occidentale per isolare la Russia ha rafforzato la sua immagine e i suoi legami con i paesi sovrani del resto del mondo.

A questo punto la domanda sarebbe: come è possibile una tale catena di eterogenesi dei fini? Come avrà fatto Putin a rendere la Casa Bianca e Downing Street i più strenui difensori degli interessi russi? Ci sono tre opzioni di risposta:

  • la Russia ha un’agenzia molto forte a Londra e a Washington, ma di chi si tratterebbe? Forse di eredi della Guardia Bianca e della vecchia borghesia russa che non hanno mai smesso di credere in un ritorno della Russia imperiale;
  • il Cremlino ha un team di analisti estremamente seri;
  • il Dio ama Putin.
    Più probabilmente è una combinazione dei tre, anche se questo non risolverà miracolosamente i nostri problemi più imminenti.

(Zory Petzova)

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Tutto già deciso

Io credo che la guerra sia già decisa nell’essenziale. Possibile che si trascini ancora, più o meno a lungo. Ma l’essenziale è deciso, finisce come non poteva non finire.

I tre re Magi sono andati a dire che tutto quello che si poteva fare è stato fatto, e che è bene chiuderla. Hanno offerto un compenso, peraltro tutt’altro che certo: l’ingresso nella UE. Questo potrebbe avere un peso nello spingere a negoziati: l’Ucraina accetta ciò che avrebbe dovuto accettare sin dall’inizio, e in cambio entra nella UE. Questo rappresenta una sorta di garanzia. Non entra nella NATO ma nella UE.

Zelenskij ha capito che a parte Draghi, a cui Macron e Scholz non fanno vedere i loro messaggi perché lo considerano il rappresentante degli interessi USA in Europa, non si deve aspettare granché da ora in poi. Macron e Scholz gli hanno fatto capire che se vuole può continuare la guerra e mandare al macello il suo popolo, ma che questa scelta non li riguarda.

E gli hanno fatto capire che più tempo passa maggiori saranno le concessioni che dovrà fare.

Per non dire che se l’esercito ucraino dovesse collassare, e con 1000 soldati morti al giorno si è prossimi al collasso, una ritirata sarebbe disordinata e sanguinosa e a quel punto ci sarebbe ben poco da trattare.

La situazione sul campo è difficile da valutare, ma i rischi sono reali.

Il punto certo è che le sorti del conflitto sono già decise. Solo qualche poveretto può ancora credere alla favoletta secondo cui gli ucraini possono vincere questa guerra, o che l’economia russa collasserà, o che Putin sarà destituito.

Tutti coloro che in questi mesi hanno sostenuto scemenze simili dovrebbero osservare un certo silenzio.

La domanda ora è una sola: prima di arrivare alla pace sono necessari altre migliaia di morti, altra distruzione del tessuto economico europeo, oppure si evita questo inutile disastro?

Per noi italiani la domanda è invece: Macron e Scholz non appena sarà possibile cercheranno di ritessere un rapporto economico con la Russia. Per questo usano sempre toni pacati. Noi con Draghi e Di Maio ci siamo bruciati questa possibilità. Potrà farlo un nuovo governo. Questo è ormai un danno per il paese, senza visione strategica, senza politica estera. Il nulla.

Draghi è utile al paese?

Abbiamo bisogno di una classe dirigente, non di una classe dominante (una distinzione gramsciana che mi veniva ricordata oggi da un collega). Una classe che studi su una cartina geografica aggiornata. Quella che vedete sotto è quella su cui studiano i somari, quella classe di dementi che guida il paese.

(Vincenzo Costa)

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LA GEOPOLITICA DI CAPPUCCETTO ROSSO

Dopo un mese dall’avvenuto incontro, è stato reso pubblico parte del discorso fatto dal Papa ai direttori delle riviste della Compagnia di Gesù, relativamente alla guerra in Ucraina.

Il Papa ha ammonito a non ridurre i discorsi in merito, alla logica morale delle favole per bambini: “Sono […] contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi”. Perfino il Papa e stante l’udienza privata con persone con forte condivisione della stessa immagine di mondo, ha dovuto scusarsi a priori e ribadire che ciò non comportava un suo essere a favore di Putin. Riferiva solo che un “saggio” capo di Stato, incontrato due mesi prima l’inizio del conflitto, gli aveva esternato la preoccupazione per quell’andare ad “abbaiare” della NATO ai confini dello spazio russo dove vigeva una mentalità imperiale. Tale mentalità a presidio di quello spazio non avrebbe mai permesso che altre potenze (ovvero l’altro impero secondo la logica concettuale che così categorizza questo argomento) si avvicinasse troppo da presso. Ne sarebbe scaturita una guerra, come poi è accaduto.

Qui va ricordato ai tanti cappuccetti rossi con cui condividiamo la vita associata che non solo quell’abbaiare si riferiva alle questioni dell’allargamento della NATO (questione in realtà di secondo piano) o al ritiro unilaterale degli americani dal trattato sui missili a corto raggio (che poi sono quelli tipici del teatro europeo), ma anche a due fatti delle cronache internazionali passati per lo più sotto silenzio anche nelle recenti ricostruzioni degli antefatti.

Il primo si riferiva alle elezioni in Bielorussia del 2020, seguite da moti di piazza sul modello rivoluzioni colorate contro Lukashenko, elezioni il cui risultato non venne riconosciuto dall’Occidente. A riguardo è bene specificare sia che tali elezioni erano ovviamente prive di ogni minimo crisma di correttezza formale e che il reale valore dell’opposizione era semplicemente non quantificabile. Infine, che i moti di piazza avranno avuto come in molti altri casi omologhi ragioni a supporto, salvo che è sempre molto improbabile giustificarli solo in base alle loro apparenti ragioni naturali.

Dire che il popolo bielorusso si è rivoltato in massa contro l’oppressore autocratico è pari a dire che era tutto regolare e le rivolte furono sobillate dall’esterno interessato. Favolistica, appunto. In realtà, c’era dell’uno come dell’altro. Certo però che quanto “all’altro” intervenire da fuori nelle contraddizioni interne l’unico alleato occidentale dei russi per puntare all’ennesimo “regime change”, va segnalato.

Così va segnalato che appena due mesi prima dell’inizio del conflitto, proprio il tempo dell’incontro tra il Papa ed il misterioso capo di Stato, scoppia una ennesima rivolta dal basso in Kazakistan, la pancia centro-asiatica dello spazio russo. È da anni, direi forse almeno due decenni, che gli americani sono molto interessati allo spazio centro-asiatico. Ricordo che la mitica Condoleezza Rice, ex Segretario di Stato dell’amministrazione Bush jr, aveva una specifica specializzazione di studio su questa area post-sovietica e continuo è stato l’armeggiare americano per cercare di penetrare geo-economicamente l’area. Anche qui saltiamo l’analisi a grana fine delle ragioni della rivolta, come al solito c’era del concreto e dell’artefatto. Sta il fatto che dal potere kazako viene invocata la clausola di aiuto della piccola NATO a centro russo e truppe CSTO intervengono per sedare il conflitto. I russi dichiarano che secondo loro informazioni, chiara è la presenza di mani estere interessate a destabilizzare l’alleato. Siamo ai primi di gennaio di quest’anno.

Da metà dicembre dell’anno appena concluso, i russi avevano inviato una richiesta di urgente confronto (con USA e NATO) su una decina di punti caldi, una richiesta di tavolo di discussione. Della piattaforma faceva parte sia la richiesta lunare di rivedere la presenza NATO negli ex paesi Patto di Varsavia, sia le più realistiche questioni relative ai posizionamenti dei missili a corto raggio e la distanza geografica di rispetto tra le aree in cui la NATO faceva le sue esercitazioni ed i confini dello spazio russo. Soprattutto, faceva perno la questione dell’entrata dell’Ucraina nella NATO che, dopo i fatti bielorussi e kazaki, assumeva una rilevanza speciale. Gli USA accettano di intavolare dei pre-colloqui a Ginevra (e mentre iniziano i colloqui scoppia l’affare kazako), ma non ne esce niente che possa invertire processi già ampiamente e lungamente in atto. Blinken dopo ma soprattutto Biden, dicono che sulla questione Ucraina-NATO non c’è proprio nulla da discutere coi russi, non è questione che li riguardi (?).

Segnalo un articolo di RAI News24 che il 9 gennaio, già riferiva di quanto uscito sul NYT ovvero di un corposo lavorio americano di preparazione di sanzioni ed ostracismi condivise con gli alleati, qualora i russi avessero varcato i confini ucraini. Era già tutto noto e noto a tutti gli attori del dramma a cosa si stesse andando incontro, ufficialmente da almeno due mesi prima del 24 febbraio, il che significa da molto prima. Gli unici ignari erano i cappuccetti rossi della pubblica opinione nostrana che ai tempi dormivano sogni beati.

Iniziammo proprio il 24 febbraio scorso la nostra serie di post di accompagno alla lettura degli eventi del conflitto ucraino e il titolo del primo era, appunto: “Se non te ne occupi, poi ti preoccupi” a dire che l’improvviso risveglio di attenzione delle opinioni pubbliche, era tanto tardivo quanto irrazionalmente emotivo. Quell’emotività sobillata dagli eventi e dal modo con cui sono portati al proscenio informativo di massa, subito regolata dalla dicotomia “aggressore-aggredito” ovvero isolare un fatto dalla sua storia pregressa e dal contesto ed invocare la pubblica e più che sdegnata sanzione morale corale. Utile anche ad imporre il ragionamento dicotomico ovvero l’applicazione a sproposito del principio del terzo escluso (della serie logica applicata a vanvera, un classico del discorso pubblico nostrano).

Questo è lo stato di quella che continuiamo con estesa falsa coscienza a chiamare “democrazia liberale”, gente che non sa nulla di ciò che deve interpretare, figuriamoci poi giudicare, chiamata ad esprimersi emotivamente su fatti di cui si ignorano cause, ragioni, attori, strategie, contesti, fini ultimi.

La democrazia dei cappuccetti rossi che per scappare dal lupo, finiscono in braccio alla nonna dalle larghe fauci dentate che non vede l’ora di farne boccone.

In fondo, la morale della favola aveva una sua saggezza originaria: attenzione a ritenere le nonne salvezza dalle minacce del lupo cattivo. L’unica salvezza è non essere più bambini, crescere, discernere, conoscere prima di giudicare. Ma tanto è inutile, sono due secoli che questa favola viene narrata e le nostre società rimangono piene di bambini smarriti, l’importante è non crescere, non prendersi responsabilità ed infine, sentirsi pure nel giusto del giudizio morale frettoloso e sdegnato.

Meglio vomitare il proprio sdegno per ciò che pensiamo esser fuori di noi, sia mai incontrassimo uno specchio e fossimo costretti a renderci conto che il vero oggetto di sdegno dovrebbe esser la nostra minorità in cui ci piace perdurare per mancanza di adulta dignità.

Pierluigi Fagan

FONTI:

Ginevra inizi gennaio:

https://www.rainews.it/articoli/2022/01/scintille-usa-russia-sullucraina-alla-vigilia-dei-colloqui-a-ginevra-e10329cf-c881-4fbe-b385-a4d8f0c9d99e.html

Ginevra, fine gennaio:

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2022/01/20/ok-usa-ai-baltici-per-invio-di-armi-americane-allucraina_642f9552-91f9-48a0-8e73-03e5fe70074d.html

Udienza del Papa del 19 maggio:

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-06/papa-francesco-colloquio-direttori-riviste-gesuiti.html

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Il fascismo (Ennio Flaiano)

“Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre”.


(Ennio Flaiano)

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Liberi e democratici?!

“Dopo la pubblicazione delle liste di proscrizione dei colleghi italiani, a cui va tutto il mio sostegno e piena solidarietà, (motivo che ci spingerà a lavorare con ancora più zelo) spero non ci sia rimasto più nessuno che voglia ancora sostenere che l’Italia è un paese “di democrazia e libertà”. L’Italia sta seguendo la deriva ucraina, la lista nera, compilata prima dagli Stati Uniti, imita quella ucraina del Mirotvorez, dove anche la sottoscritta è inserita.
Il governo italiano in carica verrà ricordato fra i suoi fallimenti, anche per la sua politica miope e stupida che conduce verso la Russia. Nel più totale asservimento agli ordini Usa-Nato, i servi al potere sono disposti a compromettere i secolari buoni rapporti con il mondo russo, anche a costo di arrecare gravi danni all’Italia, nonostante la maggioranza del popolo italiano non approvi questa politica di instillazione di odio verso la Russia e il suo presidente. Il governo non ha a cuore il benessere dei cittadini italiani.
Ciò che sta avvenendo in Italia negli ultimi tempi è qualcosa di mostruoso e molto preoccupante. I rappresentanti del potere e dell’informazione di massa stanno degradando fino all’inverosimile, come, del resto, i burocrati dell’Unione Europea. Fino a qualche tempo fa, era impensabile che in diretta tv un direttore di giornale, tale sallusti, si potesse permettere di rivolgere alla rappresentante ufficiale della diplomazia russa, Maria Zakharova, offese pesanti come “cretina”, alla sede del Cremlino “Palazzo di merda”, e poi altre offese al giornalista russo Solovjov. Ricordiamoci il Di Maio precursore del vilipendio, quando ha definito Putin “peggio di un animale”.
Montato da boria e concezione del “popolo occidentale superiore a quello russo”, sallusti dice che pensava “Giletti avesse parlato al popolo russo”- (ma chi è Giletti per “parlare al popolo russo”?) – per trasmettergli quanto gli italiani vanno fieri della “loro libertà di informazione” ?? Le tv russe CHIUSE in Italia e UE?? Voli chiusi agli aerei russi in Italia e UE? Libertà e democrazia, certo. Dite a sallusti che i “palazzi di merda” stanno a Washington, a Londra, quelli che sì, che si sono macchiati dei peggiori crimini contro l’umanità. Solo gli idioti non l’hanno ancora capito.
Starò a vedere quanti giornalisti sono disposti a condannare le vergognose e inammissibili parole di Sallusti”

Marinella Mondaini

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A chi afferma che da noi occidentali c’è democrazia mentre in Russia no, vorrei ricordare:

🔹Assage;
🔹Manifestanti inermi picchiati;
🔹Obbligo vaccinale altrimenti…
🔹Docenti demansionati
🔹Sanitari sospesi

🔹Niente esami clinici negli ospedali.
🔹Liste di proscrizione;
🔹No vaccino, no sport;
🔹Stampa controllata;
🔹Giornalisti indipendenti messi alla gogna pubblica solo perché fanno contraddittorio!

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Sul tweet di Letta

La propaganda è brutta, pari solo alla disonestà intellettuale.
Vero che la Francia non invaderebbe mai il Belgio, ma perché in Belgio non ci sono interessi.

In compenso però dove ci sono interessi i francesi hanno distrutto e raso al suolo Paesi come la Libia e continuano a perseguire le peggiori politiche coloniali in Africa occidentale dove, per imporre il Franco CFA, non hanno risparmiato rivoluzioni e uomini politici e fomentato brutali guerre tribali

Non dico la Russia abbia ragione, ma stiamo attenti a dare lezioni di moralità, rischiamo di farci una brutta figura.

(Filippoo Maria Sardella)