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Dalla Commissione Europea

L’altro ieri compare un post su Facebook sulla Pagina della Commissione Europea.

The EU and NATO were already close partners before Russia’s war broke out. Now we are bringing our cooperation to the next level.

Today, we sign our new Joint Declaration that sends a strong message of unity and continued support for Ukraine.

Together with NATO, we are:

🔹 stepping up cooperation on emerging and disruptive technologies and space
🔸 intensifying work on countering hybrid and cyber threats and terrorism
🔹 addressing the looming security implications of the climate crisis
🔸 strengthening the resilience of our critical infrastructure

The Russian threat is the most immediate, but it is not the only one.
We witness China’s increasing attempts to reshape the global order to its benefit.

We must bolster our own resilience.

“L’UE e la NATO erano già stretti partner prima che scoppiasse la guerra della Russia. Ora stiamo portando la nostra cooperazione al livello successivo.

Oggi firmiamo la nostra nuova Dichiarazione Congiunta che invia un forte messaggio di unità e di continuo sostegno all’Ucraina.

Insieme alla NATO, dobbiamo:

🔹 intensificare la cooperazione su tecnologie e spazio emergenti e dirompenti
🔸 intensificare il lavoro di contrasto alle minacce ibride e informatiche e al terrorismo
🔹 affrontare le incombenti implicazioni sulla sicurezza della crisi climatica
🔸 rafforzare la resilienza della nostra infrastruttura critica

La minaccia russa è la più immediata, ma non l’unica.
Assistiamo ai crescenti tentativi della Cina di rimodellare l’ordine globale a proprio vantaggio.

Dobbiamo rafforzare la nostra resilienza.”

••••

Ci rendiamo conto della gravità di queste dichiarazioni? Il temibile nemico sarebbe la Russia? Poi ci citano anche la Cina…

Poi intratteniamo rapporti con l’Arabia Saudita, fingiamo di non vedere ciò che accade nello Yemen e in altri paesi… ma ci accorgiamo solo dell’Iran… eh già… gli altri paesi non sono un problema nostro, lì comandano gli americani… Ma l’Ucraina è diversa, è diversa perché è la scusante per fare guerra alla Russia e dopo anche alla Cina.

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Addio Ratzinger

[Ratzinger, la parola “anima” non c’era nel nuovo messale romano]

Un libro importante del 1977, Escatologia, rivisto dall’autore Joseph Ratzinger-Benedetto XVI nel 2006, quando ha impreziosito la riedizione con una aggiornata Premessa atta a spiegarne il lungo percorso. Leggiamo un passo dalla Premessa perché ci aiuterà a come interpretare e leggere il capitolo che andremo ad approfondire, inoltre veniamo così informati della grave crisi teologica interna alla Chiesa, inoltrandoci anche nella comprensione della nascita e sviluppo dell’enciclica di Benedetto XVI la Spe Salvi, i cui concetti restano gli stessi a fronte di una teologia sull’anima da riscoprire, rivalutare e ritornare ad insegnare.



Dalla Premessa

Dalla prima edizione del volume sono passati 30 anni e nel frattempo il cammino della teologia non si è fermato. Nel momento in cui il libro fu scritto, due profondi capovolgimenti stavano coinvolgendo gli sviluppi riflessivi riguardo al tema della speranza cristiana.

La speranza veniva compresa come virtù attiva, come azione che cambia il mondo, azione dalla quale sarebbe scaturita una nuova umanità, un “mondo migliore”. La speranza divenne in tal modo politica, la sua realizzazione sembrava essere affidata all’uomo stesso.

Il regno di Dio, attorno al quale tutto il cristianesimo ruota, sarebbe diventato il regno dell’uomo, il “mondo migliore” di domani: Dio non sta “in alto” ma davanti… (..)

La crisi della tradizione, che nella Chiesa Cattolica assunse toni virulenti in corrispondenza del Vaticano II, portò all’esigenza di strutturare la fede partendo esclusivamente dalla Bibbia, prescindendo dalla tradizione. Si concluse allora che nella Bibbia non si trovava il concetto dell’immortalità dell’anima, ma solo la speranza della risurrezione.

“L’immortalità dell’anima” doveva essere congedata come platonismo, si era sovrapposta, dunque, alla fede biblica della risurrezione. Grazie ad una curiosa filosofia che stabiliva l’impossibilità della presenza del tempo al di là della morte, si spiegò che la risurrezione doveva avvenire nella morte stessa.

Questa teoria ha conquistato velocemente anche il linguaggio della predicazione, tanto che in molti luoghi la celebrazione di preghiera per un defunto è stata chiamata “cerimonia della risurrezione”.

Nella mia “Escatologia” mi ero confrontato con entrambe le correnti, senza dimenticare i temi importanti per un manuale, temi di tutta la Tradizione del credere, sperare, pregare, temi di cui la storia della Chiesa è ricca.

Per quanto riguarda il primo tema, mi sembrava importante che l’escatologia non si lasciasse ridurre a nessun tipo di teologia politica. Ho ritenuto di potermi limitare all’essenziale dando un’indicazione del problema e ho cercato di evidenziare il significato permanente della speranza nell’azione propria di Dio entro la storia, azione che sola concede all’agire umano la propria unità interna e trasforma dall’interno ciò che è transitorio in ciò che non passa.

Ma un confronto più preciso con la questione della risurrezione “nella morte” era indispensabile; tale confronto costituisce il contenuto del cap. 5 di questo libro.

È legittimo prima di tutto riconoscere come la Bibbia non proponga alcuna concettualità antropologica con valore conclusivo, piuttosto essa si giova di svariati modelli concettuali.

È giusto inoltre ammettere come per la Bibbia il concetto centrale di speranza significhi “risurrezione”. Ma è altrettanto sicuro che la Bibbia non conosce l’idea di una risurrezione “nella morte”, anzi la respinge espressamente (leggasi 2Tim.2,18). Essa conosce piuttosto l’ “essere presso il Signore” tra la morte e la risurrezione. (cfr. per esempio Fil.1,23).

Io avevo cercato di tratteggiare come l’elaborazione di una concettualità antropologica mediante il ricorso alla formula di corpo e anima, secondo cosa è avvenuto nella tradizione ed è stato dichiarato nel concilio di Vienna (DH902), sviluppasse in maniera appieno conforme il dispositivo dell’antropologia biblica.

Su questo punto è sorta in seguito al mio libro una vivace discussione,nella quale la mia posizione fu contrassegnata semplicemente come difesa del platonismo.

In ambedue le appendici alla sesta edizione ho cercato di prendere posizione in modo dettagliato riguardo a simile discussione e ho pure ravvisato in modo riconoscente le riprese e le conciliazioni che ne derivavano, arricchendo con ciò il nostro pensiero circa le “ultime cose”. (..)

Non vorrei ancora una volta intercettare qui l’intera controversia, anche se desidero ribadire ancora una volta quale era e qual è tuttora per me la cosa più importante.

Innanzitutto non è una questione di concettualità o di “platonismo” ma di una concezione strettamente teo-logica della nostra vita oltre la morte – della nostra “vita eterna”, nel senso dell’insegnamento di Gesù.

Noi viviamo dunque poiché siamo associati alla memoria del Signore. Nella memoria del Signore noi non siamo un’ombra, un semplice “ricordo”, stare nella memoria del Signore significa “esserci”; vivere, vivere in pienezza, essere del tutto noi stessi.

(…)

Roma – Festa di Tutti i Santi 2006 – Joseph Ratzinger – Benedetto XVI

—-

“La mia opera meglio riuscita”, ebbe a dire Ratzinger, e chi ha letto il testo non può che fargli da eco soprattutto per la capacità che egli ha avuto di denunciare un così grave decadimento teologico e dottrinale interno alla Chiesa, a riguardo dell’anima.



dal Cap. V — Immortalità dell’anima e resurrezione dei morti

1. La problematica

L’interrogativo che negli ultimi decenni è sorto nella tematica dell’immortalità dell’anima e della risurrezione, trasformando gradualmente l’intero panorama della teologia e della religiosità, non potrebbe essere formulato più sinteticamente e più drammaticamente di quanto lo ha fatto Oscar Cullmann, il quale si è espresso come segue: “Domandate a un cristiano, protestante o cattolico, intellettuale o no, che cosa insegni il Nuovo Testamento sulla sorte individuale dell’uomo dopo la morte, e, salvo pochissime eccezioni, avrete sempre la stessa risposta: l’immortalità dell’anima. Eppure questa opinione, per diffusa che sia, è uno dei più gravi fraintendimenti che riguardano il cristianesimo” (Unsterblichkeit, p.19).

Ebbene, oramai soltanto ben pochi azzarderebbero questa risposta allora ovvia, poichè l’opinione che essa sia un malinteso si è diffusa con sorprendente rapidità tra le comunità cristiane, senza tuttavia che si fosse potuto sostituirla concretamente con una nuova risposta. Pionieri di questo nuovo atteggiamento furono i teologi protestanti Carl Stange (1870-1959) e Adolf schatter (1852-1938), ai quali aderì ampiamente Paul Althaus, con la sua “Eschatologie” pubblicata nel 1921 in 1° edizione.

Rifacendosi alla Bibbia e a Lutero, si rifiutava come dualismo platonico il concetto di una separazione nella morte tra il corpo e l’anima qual è presupposta nella dottrina dell’immortalità dell’anima e si affermava che l’unico insegnamento biblico è quello che l’uomo perisce nella morte “con corpo e anima” e che soltanto così si conserva il carattere di giudizio e della morte, di cui la Bibbia parla con estrema chiarezza. Di conseguenza, non sarebbe cristiano parlare dell’immortalità dell’anima, ma si dovrebbe parlare unicamente della risurrezione dell’uomo intero e contrapporre alla religiosità corrente del morire e alla sua escatologia del cielo l’unica prospettiva della speranza cristiana, cioè quella dell’ultimo giorno.

Nel 1950, Althaus tentò di apportare alcune rettifiche a questa tesi, che nel frattempo si stava diffondendo rapidamente, e obiettò che anche la Bibbia conosce lo schema “dualistico”, che anch’essa non conosce soltanto l’attesa dell’ultimo giorno, ma una sorta di speranza individuale in un cielo futuro. Egli cercò di dimostrare che questa opinione era stata pure condivisa da Lutero. “L’escatologia cristiana – così si esprimeva – non ha dunque da combattere l’immortalità come tale. Lo scandalo che recentemente abbiamo dato più volte con questo nostro atteggiamento non è lo scandalo dell’Evangelo” (Retraktationem, 256).

(Naturalmente Ratzinger non è d’accordo e tenta dei chiarimenti con una denuncia molto grave, ndr.)

Benché nelle discussioni d’allora avessero trovato larghi consensi, queste affermazioni non avrebbero assunto grande importanza per quanto riguarda la discussione successiva. L’opinione che parlare dell’anima non sia un discorso biblico, s’impone al punto che perfino il nuovo Missale Romanum del 1970 ha bandito il terminus “anima” dalla liturgia dei Defunti; parimenti esso è scomparso dal rituale della sepoltura…. (confermò in altro discorso il cardinale Ratzinger che della notizia all’epoca ne fu preoccupatamente “sconvolto”, da qui anche l’affermazione nell’intervista a Messori – Rapporto della fede – che una certa “protestantizzazione” della Chiesa non era una semplice favola o una esagerazione, ma una triste realtà, ndr).

Ma che cosa ha potuto rivoluzionare tanto rapidamente una tradizione, che fin dai tempi della Chiesa antica era radicata saldamente ed era stata sempre considerata centrale? L’apparente evidenza del pensiero biblico da sola non vi sarebbe certo stata sufficente. E’ presumibile che l’efficacia delle “nuove” argomentazioni sia derivata in notevole parte dal fatto che la concezione definita “biblica” dell’assoluta indivisibilità dell’uomo collima con la moderna antropologia naturalistica, la quale vede l’uomo unicamente come corpo e non vuole sapere nulla di un’anima che ne possa essere separata.

Ma la prima considerazione che ne consegue è la seguente: sebbene la rinuncia al concetto dell’immortalità dell’anima elimini un potenziale punto conflittuale tra la fede e il pensiero moderno, ciò non salva tuttavia la Bibbia, poichè per la coscienza moderna la via biblica sembra ancora molto meno percorribile. L’unità dell’uomo – e sta bene – ma chi sarebbe in grado, visti i dati odierni della scienza naturale, di immaginarsi una resurrezione del corpo? Una tale resurrezione supporrebbe una materialità radicalmente nuova, un cosmo fondamentalmente cambiato; il che sorpassa del tutto i limiti della nostra capacità intellettiva.

Pure la domanda che cosa avvenga in tal caso nel periodo che precede la “fine dei tempi” non può essere semplicemente ignorata. La spiegazione data da Lutero, di un “sonno dell’anima”, non è certo una risposta che possa convincere!

Ma se non esiste un’anima, se di conseguenza non vi può essere un “sonno”, sorge il problema, “chi” allora potrebbe essere risvegliato? Come si forma l’identità tra l’uomo precedente e l’uomo che, a quanto pare, dovrà essere ricreato dal niente? Pur non condividendo tal pensieri, respingere con sdegno simili domande “filosofiche” non contribuirebbe certamente a dare una spiegazione a tutto ciò.

Per cui si comprese molto presto che qui il solo biblicismo non porta innanzi. Senza “ermeneutica”, cioè senza accompagnare il dato biblico con la ragione, che, collegando sistematicamente i pensieri, può portare anche sotto l’aspetto linguistico ben oltre il dato biblico come tale, non si ottiene nulla.

Volendo ora prescindere da tentativi radicali, che intenderebbero risolvere il problema opponendosi a tutte le affermazioni “oggettivanti” e ammettendo soltanto interpretazioni “esistenziali”, possiamo dire che sono state tentate due vie: formulando un nuovo concetto del tempo e interpretando in modo nuovo la corporeità.

La prima sfera concettuale s’avvicina a quelle riflessioni che abbiamo incontrato precedentemente al cap.3, 1a, e che sono connesse alla questione dell’attesa e della fine imminente. Avevamo visto che si cerca di risolvere questo problema richiamando il fatto che la “fine del tempo” come tale non è più tempo, che quindi non indica una futura data del calendario, bensì è “non-tempo”, per cui trovandosi fuori della temporalità, è vicina a ogni tempo in modo uguale. Da questo concetto si trasse la facile conclusione che, essendo anche la morte un “uscire dal tempo”, essa conduca all’atemporalità.

Nell’area cattolica questi concetti assunsero importanza per la discussione sul dogma dell’Assunzione corporea di Maria nella gloria celeste.

Lo sconcertante dell’affermazione, che un essere umano – Maria – è già ora risorto corporalmente, equivale quasi alla provocazione di verificare comunque il rapporto tra la morte e il tempo e di riesaminare il carattere della corporeità umana. Se fosse possibile vedere nel dogma mariano un caso emblematico di ogni sorte umana si risolverebbero contemporaneamente due problemi:

da un lato si supererebbe lo scandalo ecumenico e intellettuale del dogma, dall’altro lato, quest’ultimo stesso avrebbe aiutato a correggere le precedenti idee circa l’immortalità e la risurrezione a favore di concezioni più bibliche e più moderne.

Sebbene negli scritti recenti si cercherebbero invano approfondimenti chiari e coerenti del nuovo concetto, si può tuttavia dire che nel complesso si è imposta la tesi seguente: il tempo è una forma della vita fisica.

La morte significa uscire dal tempo e entrare nell’eternità, nel suo unico “oggi”. Di conseguenza, il problema dello “stadio intermedio” tra la morte e la risurrezione non è che un problema inconsistente. “Intermedio” esiste soltanto nella nostra ottica umana. In verità la “fine dei tempi” è atemporale; chi muore, entra nel presente dell’ultimo giorno, del giudizio, della risurrezione e della Parusia del Signore. Da qui la propagazione di un pensiero non cattolico: “Di conseguenza si può affermare, che la risurrezione avviene al momento stesso della morte e non soltanto nell’ultimo giorno”.

Questo concetto (“sbagliato”, come spiegherà più volte Ratzinger), che la risurrezione abbia luogo nel momento della morte, si è imposto al punto da essere accolto, con qualche clausola, pure in Hollandischen Katechismus, p. 525 (il fatidico Catechismo Olandese condannato da Paolo VI ma che purtroppo, per le linee morbide intraprese dal Vaticano II, non fu fatto ritirare ma correggere con delle Note aggiunte ai margini del testo): “L’esistenza dopo la morte è dunque già qualcosa come la risurrezione del nuovo corpo”. Il che significa: ciò che il dogma afferma di Maria vale per ogni uomo; a motivo dell’atemporalità che regna al di là della morte, per ogni uomo, morire vuol dire entrare nel cielo nuovo e nella terra nuova, entrare nella Parusia e nella risurrezione.

Qui sorgono tuttavia due domande, di cui la prima è questa: non si tratta forse qui di una velata restaurazione della dottrina dell’immortalità che, dal punto di vista filosofico, si fonda su supposizioni un tantino avventate? Infatti qui si presume la risurrezione già per l’uomo appena morto, per l’uomo che sta per essere portato alla tomba. L’indivisibilità dell’uomo e il suo legame con la sua vita fisica appena spenta, quest’indivisibilità che era stata il punto di partenza della tesi, sembra ora non avere più alcuna importanza. Per cui leggiamo in Hollandischen Katechismus: “Il Signore vuole… dire, che qualcosa, il “proprio” dell’uomo non è il cadavere che rimane…”. In modo più incisivo si esprime Greshake: “La materia in se stessa (come atomo, molecola, organo…) è imperfetta… quando perciò nella morte si determina in modo definitivo la libertà dell’uomo, in questa sua concretizzazione e determinazione finale sono insieme cancellati definitivamente il corpo, il mondo e la storia di questa libertà…”

Sebbene simili pensieri possano essere sensati, ci domandiamo tuttavia, con quale diritto si possa parlare ancora di “corporeità” quando si nega, esplicitamente, ogni rapporto con la materia, alla quale si concede di partecipare all’eternità solo in quanto è stata un “momento estatico d’un esercizio umano di libertà”.

In ogni caso anche in questo modello il corpo è abbandonato alla morte, mentre contemporaneamente viene affermata una sopravvivenza dell’uomo. Per cui la confutazione del concetto dell’anima perde la sua credibilità, poichè implicitamente vi si ammette l’esistenza di una “realtà” personale, separata dal corpo, il che è esattamente quanto aveva voluto esprimere il concetto dell’anima. Riguardo al problema della corporeità e dell’esistenza dell’anima rimane dunque una strana mescolanza di concezioni, che non si può certo accettare come definitiva.

La seconda domanda riguarda la filosofia del tempo e della storia, la quale rappresenta la leva del tutto: è davvero soltanto così che esiste quell’alternativa al tempo fisico e al non-tempo che viene identificata con l’eternità? E’ logicamente possibile collocare l’uomo, il quale ha vissuto il periodo determinante della sua esistenza nel tempo, nella struttura della pura atemporalità? Può, pertanto, un’eternità che ha un inizio essere eternità? Non è, qualcosa che ha un inizio necessariamente non-eterno, temporale? Ma come negare che la resurrezione dell’uomo ha “un inizio”, cioè che avviene dopo la sua morte? Se lo negassimo, la logica ci costringerebbe a concepire l’uomo come già risorto nell’ambito dell’eternità che non ha inizio; il che significherebbe contraddire a ogni seria antropologia e cadere praticamente proprio in quel platonismo che intendiamo combattere.

Ora, G. Lohfink, un sostenitore della tesi della risurrezione “nella morte stessa”, ha notato nel frattempo gli inconvenienti or ora esposti e ha cercato di porvi rimedio, richiamando il concetto medievale dell’aevum, il quale (partendo dall’analisi dell’esistenza dell’angelo) tenta di descrivere il particolare rapporto tra il tempo e lo spirito. Lohfink opina che la morte non introduce nel “non-tempo”, bensì in un nuovo tipo di temporalità che è propria dello spirito creato… (..)

… con queste argomentazioni gli interrogativi precedenti non sono affatto eliminati… l’aevum fornisce qualche informazione, ma non dice assolutamente nulla sul fatto che si possa considerare come già compiuto l’insieme della storia.

Fa uno strano effetto che un esegeta sostenga, per motivare queste speculazioni, che per Gesù, “secondo l’interpretazione paleocristiana, la morte è seguita immediatamente dalla risurrezione dei morti” e che con ciò “è dato il modello reale dell’escatologia cristiana”, ma che “il cristianesimo (qui intende la Chiesa) si è dimenticato di applicarlo, oltre che a Gesù anche agli altri”.

Anzitutto non si dovrebbe trascurare che il messaggio della “risurrezione al terzo giorno” evidenzia chiaramente una cesura tra la morte e la resurrezione; ma soprattutto è innegabile che da nessuna parte nell’annunzio paleocristiano la sorte di coloro che muoiono prima della Parusia risulta equiparata all’evento del tutto particolare della Resurrezione di Gesù, il quale consegue dalla posizione assolutamente unica e ineguagliabile che Gesù occupa nella storia della salvezza.

D’altronde occorre qui denunciare nuovamente un platonismo accentuato sotto un duplice aspetto: in primo luogo, in simili modelli il corpo viene privato definitivamente della speranza della salvezza e, in secondo luogo, con l’aevum l’ipostatizzazione della storia è minore rispetto alla teoria di Platone, soprattutto perchè manca di logica.

Può darsi che questa nostra esposizione sia riuscita un pochino troppo lunga. Tuttavia essa è necessaria di fronte al fatto che nella coscienza teologica queste teorie hanno trovato un’accoglienza pressoché unanime. Occorre far comprendere che questo consenso poggia su un terreno estremamente fragile. Un espediente ermeneutico tanto frammentario e complesso, pieno di crepe e di lacune, non potrà costituire una stabile base né per la teologia né per l’annunzio ed è in se stesso contraddittorio.



In definitiva, spiega Ratzinger, sostenere queste teorie è protestantizzare la dottrina cattolica, arrivare laddove voleva arrivare Lutero.

Provate a digitare su google.it immagini la parola “anima” o anime portate in cielo, vi accorgerete che non uscirà nulla di cattolico, nessuna immagine o immaginetta che possa ricondurre alla dottrina cattolica del termine anima, forse ne troverete una o due, non di più, difficilmente troverete la santa Messa quale supporto per le Anime dei Vivi e dei Defunti.

Fonte: https://cooperatores-veritatis.org/2012/11/02/ratzinger-la-parola-anima-non-cera-nel-nuovo-messale-romano/#:~:text=L’opinione%20che%20parlare%20dell,scomparso%20dal%20rituale%20della%20sepoltura%E2%80%A6.

ULTERIORI APPROFONDIMENTI SUL PENSIERO DI RATZINGER:

http://www.gliscritti.it/approf/2006/conferenze/benedetto06.htm#mozTocId734933

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Slovenia: il governo rimborserà le multe per violazione dei lockdown

Slovenia: il governo rimborserà le multe per violazione dei lockdown

Il governo sloveno rimborserà ai cittadini le multe comminate per violazione delle restrizioni imposte durante l’epidemia di Covid-19. A ufficializzarlo è stata la ministra della Giustizia, Dominika Švarc Pipan, che ha specificato che i rimborsi partiranno non appena verrà varata una legge apposita, verosimilmente entro gennaio, e che i rimborsi saranno effettuati d’ufficio, senza che i singoli soggetti coinvolti debbano farne richiesta. La decisione arriva dopo che le multe per violazione delle restrizioni pandemiche sono state giudicate incostituzionali. Per violazione del lockdown in Slovenia erano state comminate sanzioni per poco più di 5 milioni di euro, ma solo 1,7 milioni di euro erano stati realmente incassati, segno che due multati su tre avevano comunque rifiutato di pagare. Ora anche chi aveva saldato la multa subita sarà rimborsato.

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Ritorno al reale, di Vincenzo Costa



A volte si ha l’impressione di vivere in una sorta di delirio, in cui il principio di realtà svanisce, e il delirio diventa un criterio di razionalità, per cui chi contesta il delirio diventa, di volta in volta, un amico di dittatori, un putiniano, un nemico del progresso.

È caratteristico delle psicosi questo modo di esperire l’altro e le argomentazioni dell’altro.

In questo delirio che, grazie all’opera incessante dei media diviene la realtà e la moralità e il segno di essere “dalla parte giusta”, rientra negli ultimi tempi l’idea secondo cui la guerra in Ucraina può finire solo con il ritiro russo dal donbass e addirittura dalla Crimea.

Questo delirio non prende in esame almeno tre circostanze:

1) un’occupazione del donbass da parte dell’esercito ucraino, sotto il controllo dell’attuale regime di Kiev, porterebbe a una spietata pulizia etnica, forse nel silenzio dei media occidentali, per i quali oramai la realtà può essere costruita è venduta come si vuole. Già quanto succede a Kherson divrebbe fare riflettere, avrebbe dovuto suscitare una qualche reazione indignata da parte dei fautori dei diritti umani, almeno almeno la richiesta di osservatori ONU che controllino se non siano all’opera repressioni verso i “collaborazionisti”. Niente di tutto questo, ed ormai il regime di Kiev può pensare di essere al di sopra di ogni legge, di godere di una assoluta impunità, perché tanto i media occidentali oscurerebbero qualsiasi crimine da esso compiuto.

2) vi erano accordi (quelli di Minsk) che avrebbero dovuto garantire una certa autonomia al donbass, e l’Europa avrebbe dovuto garantire questo accordi. Per otto anni quegli accordi sono stati violati dal regime di Kiev, nel silenzio di Kiev e delle autorità europee, con una logica ipocrita che ha reso l’Europa priva di credibilità agli occhi del mondo. Il mondo ha ormai chiaro che i diritti umani vengono richiamati quando conviene, che i media occidentali sono strumenti di guerra e non di informazione. Riportano le notizie quando conviene, per fomentare disordini e dare visibilità e rendere possibili regime change. Mentre tacciono quando i regimi sono sanguinari ma utili alleati e gli interessi motivano il loro mantenimento al potere.

Così un principe sanguinario viene graziato, senza molto clamore, in certi paesi si fanno i mondiali di calcio, senza che vengano boicottati.

Ipocrisia come legge fondamentale della politica estera.

3) se veramente accadesse che i russi fossero costretti a ritirarsi dal donbass e dalla Crimea, questo non sarebbe la fine della guerra. Bisogna dire la verità alle persone: sarebbe l’inizio di una guerra micidiale.

Solo nel delirio si può credere che sarebbe la fine della guerra.

Se vi fosse un’Europa all’altezza della sua tradizione culturale, un’Europa che ha trasformato in coscienza la sua storia e ha tratto insegnamento da esso ci si dovrebbe adoperare per una pace giusta.

La pace giusta dovrebbe partire da un fatto: in certe regioni vivono tradizioni etniche, linguistiche e culturali diverse. Si tratta allora di chiedere e di imporre un principio: a chiunque appartengano quelle regioni le popolazioni che vi vivono devono poter conservare la loro lingua, la loro cultura, i loro legami storici.

Dati i fatti, sotto gli occhi di tutti, per cui il regime di Kiev chiede rimozioni di monumenti, cancellazione della lingua russa, della memoria storica, della letteratura russa, dato il fatto che mira a cancellare ogni traccia di Russia in Ucraina, e credo che si possa convenire che questa è follia ed è un nazionalismo che ricorda il nazismo e la pulizia etnica e culturale, qualcuno se la sente di sostenere che i diritti delle popolazioni russe sarebbero salvaguardare in Ucraina con l’attuale regime?

L’Europa vuole essere complice di quello che accadrebbe in seguito ad un eventuale (e improbabile) ritiro russo dal donbass e dalla Crimea?

Esattamente, per che cosa sta chiedendo sacrifici l’attuale dirigenza della UE?

Per la libertà dei popoli e per i diritti o contro la libertà dei popoli e il diritto?

Perché ormai è chiaro che non vi è alcuna pretesa russa di annettere l’ucraina e di privarla della propria sovranità.

La posta attuale è diversa: quale destino vogliamo sostenere per le popolazioni russe che vivono in Ucraina? O le popolazioni russe non hanno gli stessi diritti e sono razza inferiore, come pensa il regime di Kiev, che si considera europeo e considera i russi asiatici e discendenti dall’orda d’oro?

Non vi è un filo di razzismo? Qui l’universalismo dei diritti non conta più?

Riguardo alle discriminazioni cui sono soggette le popolazioni russe nei paesi baltici non vedo molte notizie nella stampa libera, ne’ sentì levarsi la voce indignata dei rappresentanti europei.

Non vorrei che fossero dei miserabili razzisti, solo subdoli, che usano i diritti universali per promuovere pratiche di discriminazione.

(Vincenzo Costa, professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia (triennale) e Fenomenologia dell’esperienza – biennio magistrale -. Si è laureato in filosofia all’Università Statale di Milano con lode.)

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Tra i punti del G20 di Bali

AL G20 MELONI TACE SUI VACCINI, MA SOTTOSCRIVE IL “GREEN PASS ETERNO” e gli Hub su Terapie mRNA promosse dal ministro Schillaci.

G20: punto 23 – pass sanitario ovunque; punto 24 – contrastare la disinformazione.

Notizie complete:


https://www.gospanews.net/2022/11/18/al-g20-meloni-tace-sui-vaccini-ma-sottoscrive-il-green-pass-eterno-e-gli-hub-su-terapie-mrna-cari-al-ministro-schillaci/

Il G20 approva l’introduzione di passaporti vaccinali e identità digitali globali

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Domande sciocchine…

Fra un altro paio d’anni ci diranno i problemi a lungo termine insorti grazie ai “vaccini”: molto bene, davvero incoraggiante.

Quindi non hanno fatto alcuna sperimentazione su chi intanto si è già inoculato quattro dosi… vero? Vero?!

Ma quindi il “consenso informato” che è stato firmato da chi si è fatto inoculare, precisamente, rispetto a cosa informava?

Che domande sciocchine…

Eppure già sanno dirci che i danni cardiaci sono nella fascia più giovane, in particolare nei maschi giovani. Ricordo che l’ISS ci informava attraverso i suoi rapporti che, in ben due anni, non si arrivò a 50 di morti giovani causate dal Covid (in particolare nella fascia d’età 0 – 19 anni). Già allora era dunque assodato che i giovani rischiavano poco o niente di morire per il Covid, a meno che non avessero già malattie pregresse… e allora non abbiamo forse esposto I GIOVANI ad un rischio maggiore “vaccinandoli”?

Avete dubbi? Io NO.

Ma, come nulla fosse, nel frattempo danno il via al “vaccino bivalente” per la fascia d’età dai 5 agli 11 anni.

Due parole: assassini criminali.

Il Covid andava curato, così come hanno fatto e continuano a fare migliaia di medici che hanno subìto le peggiori discriminazioni e derisioni.

https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/pfizer-moderna-studi-su-rischi-vaccini-covid_57388238-202202k.shtml

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Miss Russia e “miss” New Hampshire 2022

La prima è ANNA LINNIKOVA, Miss Russia 2022, appena eletta.
Il secondo invece è BRIAN NGUYEN, Miss New Hampshire 2022, appena eletto.

Non bastava che i transgender partecipassero negli sport femminili, con ovviamente una forza fisica maggiore rispetto ad una donna, no, non bastava: dovevano vincere anche in un concorso di bellezza…

Notiamo la serietà e la normalità di un Paese che ha la sana e logica bellezza della VERA essenza femminile, mentre nell’altro (che si pensa democratico) sono evidenti la distorsione e la perversione mentale, il degrado e l’ipocrisia.

La Donna è inimitabile, punto.

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Osservazione di Marco Zuccaro

Non so se avete già visto – io me ne sono accorto stamane -, ma iersera a Non è l’arena c’erano Giletti e Pregliasco che cantavano “tu scendi dalle stelle / vaccino bello / la quarta dose devi fare / se natale vuoi festeggiare”.

Ecco, volendo tralasciare il carattere di bestemmia e la totale assenza di metrica, io mi chiedo e vi chiedo una sola cosa: ma Gianluigi Paragone, che era lì anche lui come ospite, esattamente che cosa aveva da ridere?

Proprio come accaduto per Toscano, c’è gente che si è candidata con lui e qualcuno ha anche posto fine a delle amicizie sol perché non si è voluto appoggiarlo. Ora lui ride mentre assistiamo all’ennesima pagliacciata oltraggiosa verso i nostri morti: ride quando avrebbe dovuto incazzarsi. Chi lo ha votato, mi dica, come si sente?

Buongiorno.

(Marco Zuccaro)