Pubblicato in: Citazioni

Domande lecite

LE DOMANDE CHE NON VOLETE FARVI

Sono mesi che una parte di paese si rifiuta categoricamente di farsi poche semplici domande:

1) perché i contratti sono coperti da segreto militare?

2) perché l’immunità totale per le case produttrici (che non vendono i loro prodotti agli stati in assenza di tali garanzie)?

3) perché lo scudo penale (che copre lesioni colpose e omicidio colposo) per i medici?

4) perché la firma del consenso anche in presenza di obbligo di legge (laddove consenso e obbligo sono due concetti giuridicamente opposti)?

5) perché la negazione costante e sistematica di eventi avversi (provate ad ascoltare le terribili testimonianze dei danneggiati, seguendo l’opera di divulgazione del Comitato Ascoltami)?

6) perché medici, ricercatori, scienziati critici vengono sospesi e radiati?

E soprattutto:

7) perché tanti, tantissimi operatori sanitari, sicuramente più competenti di voi nel merito, preferiscono farsi sospendere e radiare pur di non inocularsi?

Ci sono solo due possibilità di fronte a queste domande: o evitare di rispondere o rispondere e capire finalmente la verità.

(Pietro De Angelis)

Pubblicato in: Attualità

Totalitarismo?

11 maggio 2022.

Il totalitarismo è un idealtipo usato da alcuni studiosi politici e storici per spiegare le caratteristiche di alcune dittature nate nel XX secolo, che mobilitarono intere popolazioni nel nome di un’ideologia o di una nazione, accentrando il potere in un unico partito o in un gruppo ristretto.

È il termine più usato dagli storici per definire un tipo di dittatura, affermatosi nel XX secolo, al quale possono essere ricondotti il nazismo, il fascismo e lo stalinismo. Uno Stato totalitario è caratterizzato soprattutto dal tentativo di controllare capillarmente la società in tutti gli ambiti di vita, imponendo l’assimilazione di un’ideologia: il partito unico che controlla lo Stato non si limita cioè a imporre delle direttive, ma vuole mutare radicalmente il modo di pensare e di vivere della società stessa.

Il termine totalitarismo, inoltre, è usato nel linguaggio politico, storico e filosofico per indicare “la dottrina o la prassi dello stato totalitario”, cioè di qualsiasi Stato intenda ingerirsi nell’intera vita, anche privata, dei suoi cittadini, al punto da identificarsi in essi o da far identificare essi nello Stato.

Pubblicato in: Storia

Un genocidio dimenticato

Il colonialismo belga in Congo, saccheggi, soprusi e genocidio!

Nel corso del XIX secolo, mentre gli Stati europei si stavano orientando verso la spartizione dell’Africa, il Belgio rivolse i suoi interessi politico-economici verso un solo Paese, situato nel cuore del continente.

Essendo una piccola nazione europea, il Belgio aveva bisogno di creare un dominio su un grande Stato, dotato di ingenti ricchezze. Le necessità geopolitiche, unite all’avidità di potere di re Leopoldo, resero il colonialismo belga uno dei modelli di dominazione più violenti e brutali che la storia africana conobbe.

Dall’esplorazioni geografiche alla politica di oppressione.

Leopoldo II (1835-1909), re del Belgio, nutriva da tempo mire espansionistiche in Africa. Per indagare le varie possibilità di colonizzazione, nel 1876 egli convocò a Bruxelles un Congresso geografico i cui obiettivi, almeno a livello ufficiale, avevano una natura “umanitaria” e “civilizzatrice”. Da quel Congresso nacque un’associazione geografica, attraverso la quale venne finanziata la spedizione esplorativa lungo il fiume Congo, che fu condotta da Henry Morton Stanley.

Mentre i francesi si stavano posizionando verso le regioni a nord del fiume Congo, i belgi attraverso Stanley si concentrarono nelle aree a sud, creando alcuni avamposti. Grazie a questa flebile presenza belga, Leopoldo II, durante la Conferenza di Berlino (1884-1885), riuscì a ottenere dalle altre nazioni europee il benestare per l’occupazione di quei territori. Nacque così lo Stato Libero del Congo, un’entità politico-amministrativa di proprietà del re belga, in cui i principi di libertà non erano affatto applicati alla popolazione locale. Di fatto, Leopoldo II aveva ottenuto la piena sovranità di quella porzione di Congo.

Ricchezza e genocidio

Il Congo era ed è una delle nazioni africane dotate di ingenti ricchezze naturali. Per Leopoldo II (nella foto qui sopra) questa fu una vera e propria manna, dato che doveva recuperare gli investimenti sostenuti per la conquista territoriale. Quello del caucciù, all’epoca, fu uno dei commerci più redditizi per il Belgio (grazie alla nascente industria dei pneumatici). Vennero create piantagioni dove i locali erano costretti a lavorare in condizioni di semischiavitù.

Si trattava di lavoro coatto. Le persone erano obbligate con metodi brutali a raccogliere una precisa quota di cacciù: se non la raggiungevano venivano mutilati o addirittura uccisi. Il lavoro coatto venne imposto anche per la costruzione della rete ferroviaria. Già in un libro del 1899, di Pierre Mille, dal titolo Au Congo Belge si legge che: “La base della politica economica di re Leopoldo fu quella di formare un’armata abbastanza forte in grado di obbligare gli indigeni a pagare le tasse sull’avorio e sul caucciù”. Proprio a causa di ciò, i locali per poter vivere furono obbligati a lavorare alle dipendenze dei belgi.

Il collegamento tra imposizione fiscale obbligatoria e lavoro coatto modificò radicalmente la struttura sociale ed economica dei congolesi. A questo shock se ne aggiunse un altro: la violenza con cui l’amministrazione coloniale belga rispose per “convincere e costringere” le persone a lavorare non soltanto nelle piantagioni. Una violenza che provocò migliaia di morti.

Come ha ricordato l’Agenzia Fides “almeno 10 milioni di persone hanno perso la vita tra il 1885 (anno di riconoscimento internazionale del Libero Stato del Congo) e il 1908, quando il Congo, da possedimento privato del Re, divenne una colonia del Belgio. La cifra di 10 milioni di morti è una stima prudente, alcune fonti parlano di 20 milioni di morti”. Si può parlare di un vero e proprio genocidio, che provocò di fatto un declino demografico.

Il pretesto della missione civilizzatrice e umanitaria

Leopoldo II riuscì a trasformare il Congo in una sua “proprietà personale” grazie al pretesto della missione civilizzatrice e umanitaria.

Il colonialismo belga, seppur particolarmente brutale, presentava comunque similitudini alle modalità colonialiste di altre nazioni europee, soprattutto se si considerano le giustificazioni con cui si volevano mascherare le vere motivazioni della colonizzazione dell’Africa.

Il paternalismo e l’eurocentrismo spingevano gli europei a “civilizzare” le popolazioni ritenute primitive.

In realtà, dietro tutto ciò si celavano interessi economici e manie di potere. Questo senso di superiorità nei confronti delle popolazioni locali, portò i colonialisti belgi a commettere atrocità e omicidi di massa. Interi villaggi furono ridotti in cenere, e migliaia di bambini, donne e uomini vennero mutilati o uccisi.

Brutalità e violenze che calpestavano proprio quell’idea di “civiltà” dietro la quale gli europei (di allora e anche di oggi) si barricano ogni volta che intendono accaparrarsi le ricchezze di altri popoli per ottenere profitto.

Gli effetti nefasti di questa prima fase del colonialismo belga si ripercuoteranno negli anni successivi. Sebbene Leopoldo II sarà costretto a cedere la sua “proprietà personale” allo stato belga, di fatto le sorti del Congo non cambieranno. Potenze straniere e multinazionali cercheranno di conquistarsi le preziose risorse congolesi.

Solo un uomo tenterà di modificare la politica di sfruttamento e di oppressione da parte del Belgio e di altri attori esterni, Patrice Lumumba, ma la sua rivoluzione sarà fermata con il suo omicidio.

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Prima che Hitler uccidesse 6 milioni di ebrei, dunque, Leopoldo II del Belgio uccise più di 10 milioni di congolesi, amputando gli arti di innumerevoli altri. Eppure solo un genocidio è condannato universalmente. Solo uno è chiamato “olocausto”. Perché? Forse perché solo un gruppo di vittime era bianco? Perché solo un massacro è avvenuto in Europa? O è perché fingiamo che tutte le vite siano uguali, ma non lo pensiamo affatto? La storia non è scritta dai vincitori. È scritta dagli oppressori.

Di Soumaila Diawara e Nicolò Govoni.